Roxana Saberi, ex prigioniera di coscienza in Iran: “Liberate i 7 leader della comunità Baha’i” | Iran Human Rights

Roxana Saberi, ex prigioniera di coscienza in Iran: “Liberate i 7 leader della comunità Baha’i”

Roxana Saberi

Roxana Saberi, giornalista e scrittrice di cittadinanza americana e iraniana, dal 31 gennaio all’11 maggio 2009 ha trascorso 100 giorni nel carcere di Evin perché accusata di spionaggio. In quel periodo conobbe in prigione Mahvash Sabet e Fariba Kamalabadi, le due donne di fede Baha’i che fanno parte del gruppo di 7 leader della comunità Baha’i iraniana detenuti a Evin e a Rajai Shahr (oltre alle due donne, cinque uomini). Ora la Saberi ha scritto un articolo sulla condizione di questi prigionieri, costretti a scontare condanne a 20 anni di detenzione solo a causa della loro fede religiosa. L’articolo s’intitola: “Costretti al silenzio in Iran: la triste situazione dei prigionieri di coscienza Baha’i”. E’ pubblicato sul magazine online The Daily Beast. Ne forniamo di seguito la traduzione.

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I 7 leader della comunità Baha’i iraniana, fotografati pochi mesi prima del loro arresto, avvenuto nel 2008. Da sinistra, seduti, Behrouz Tavakkoli e Saeed Rezaie. In piedi, sempre da sinistra, Fariba Kamalabadi, Vahid Tizfahm, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi e Mahvash Sabet.

Mahvash Sabet e Fariba Kamalabadi, insieme ai loro cinque colleghi maschi imprigionati come loro due, formano lo Yaran, un organismo di livello nazionale che si prende cura della comunità Baha’i iraniana. Con 20 anni ciascuno da scontare in carcere, i membri dello Yaran sono in questo momento, in Iran, i prigionieri di coscienza che stanno scontando la più lunga pena detentiva. Lo Yaran non ha più alcuna possibilità di fare appello contro queste condanne tramite il sistema giudiziario iraniano, anche se i loro sostenitori ritengono che la Guida suprema del paese [l'Ayatollah Ali Khamenei, n.d.t.] abbia il potere di ridurre la loro pena o addirittura di liberarli.

I Baha’i in Iran sono più di 300mila e rappresentano la più numerosa minoranza religiosa non musulmana, secondo i responsabili Baha’i. Sin da quando la loro religione fu fondata, da un uomo di nome Baha Allah, nella Persia del XIX secolo, i Baha’i sono stati spesso vittime di persecuzioni.

A febbraio, il segretario generale delle Nazioni unite [Ban Ki-moon, n.d.t.] ha affermato in un rapporto che la comunità Baha’i iraniana è costretta a subire gravi discriminazioni“, come l’essere esclusa dall’educazione scolastica di livello superiore, o l’essere obbligata a chiudere le sue attività economiche. Ci sono attualmente 116 Baha’i in prigione nella Repubblica Islamica dell’Iran e altri 448 sono fuori su cauzione, in attesa di un processo, di una sentenza, di un giudizio di appello o di essere convocati a scontare la propria condanna, secondo i dati forniti dalla Comunità Baha’i Internazionale. Non è chiaro se queste pressioni siano destinate ad aumentare dopo le elezioni presidenziali del 14 giugno, come già successe dopo l’ultimo voto del 2009.

A dispetto di queste evidenti violazioni dei loro diritti fondamentali, il regime iraniano ha negato di perseguitare i Baha’i, ai quali si riferisce come a membri di una setta, non di un credo religioso. In un rapporto presentato a Marzo alle Nazioni Unite, il regime ha sostenuto: “Nessuno [in Iran] viene combattuto per il fatto di professare un credo religioso, nemmeno se sbagliato.”

Quando ho condiviso una cella del carcere di Evin, a Teheran, con Mahvash e Fariba, esse si trovavano a fronteggiare accuse tra cui quella di essere spie di Israele (dove si trova il quartier generale dei Baha’i), quella di offendere santità islamiche e quella di diffondere la “corruzione sulla terra”. Queste tre accuse possono portare alla pena di morte, e tuttavia le due donne non poterono vedere i loro avvocati nemmeno una sola volta.

Chiesi loro perché non avessero lasciato il paese prima di essere arrestate. Dovevano avere saputo di essere in pericolo, in quanto leader dei Baha’i iraniani.

Mi risposero che amavano l’Iran e che volevano servire non solo i Baha’i, ma la nazione intera.

Nonostante l’incertezza del loro futuro, Mahvash e Fariba sembravano serene. Occupavano la maggior parte del loro tempo con esercizi da ferme nella nostra cella e discutendo del pugno di libri che era loro consentito di leggere.

Mi chiesero anche di fare pratica di inglese con loro e, da loro, appresi lezioni quali quella su come superare i sentimenti d’odio nei confronti di coloro che mi interrogavano, dei procuratori, dei giudici. “Come è possibile non odiare i propri carcerieri?”, ricordo di aver chiesto un giorno.

“Noi li perdoniamo,” mi rispose Fariba. E mi spiegò che loro credevano nella compassione per tutta l’umanità, perfino per coloro che stavano facendo loro del male. “Non vogliamo diventare come loro. Speriamo che Dio ci aiuti ad indicare loro una strada migliore.”

La compassione, esse credevano, era necessaria perché il mondo raggiungesse pace e unità. E fu così che, quando apprendemmo che amici e stranieri in tutto il mondo stavano invocando la mia liberazione, Mahvash si chiese ad alta voce se questa prova di solidarietà non fosse il segnale di un piccolo passo verso un’unità del mondo.

“Roxana,” mi disse, “quando tornerai in America, per favore, spiega agli altri che il nostro paese non è soltanto quello della questione nucleare. E’ anche il paese di persone come noi.”

L’Iran è anche il paese di gente come loro. Lo Yaran si trova insieme a centinaia di prigionieri di coscienza, tra cui giornalisti e blogger, difensori dei diritti umani, attivisti del movimento studentesco, che vengono puniti per il pacifico esercizio dei loro diritti umani più elementari.

Dodici avvocati si trovano attualmente in prigione, in Iran, secondo il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi (iraniana). Abdolfattah Soltani, un coraggioso avvocato per i diritti umani, sta scontando la più lunga condanna di tutti: 13 anni. I membri dello Yaran hanno mantenuto Soltani, insieme a Shirin Ebadi che vive in esilio dal 2009, come loro due avvocati difensori.

Qualche tempo dopo il mio rilascio, Mahvash e Fariba sono state trasferite temporaneamente in un’altra prigione, dove si trovarono a vivere tra condannate per omicidio. Ma le due Baha’i – ho poi saputo – erano capaci di addolcire anche queste donne ascoltando i loro problemi, condividendo con loro il cibo, e dimostrando un senso di compassione che molte di loro non avevano mai conosciuto prima.

Mahvash e Fariba sono adesso di nuovo nel carcere di Evin, insieme alle altre donne prigioniere politiche. I cinque uomini che fanno parte con loro dello Yaran si trovano invece nel carcere di Rajai Shahr, vicino alla città di Karaj. I parenti sono autorizzati a visitare i sette Yaran, ma di solito solo dietro ad una barriera di vetro. Ho appreso che Mahvash, che soffre di una forma molto avanzata di osteoporosi, soffre moltissimo durante queste visite a causa della necessità di tenere premuto con il dito il pulsante dell’interconnessione che mantiene la linea aperta [con i parenti che stanno al di là del vetro, n.d.t.].

La dura situazione dello Yaran ha toccato il cuore di tante persone. La Comunità Internazionale Baha’i ha lanciato una campagna intitolata “Five Years Too Many” (“Cinque anni sono troppi”, in quanto è da cinque anni che i 7 leader Baha’i sono in prigione, essendo stati arrestati nel 2008, n.d.t.] e persone appartenenti ad ogni credo religioso hanno chiesto il loro rilascio attraverso social network, petizioni, manifestazioni.

Mahvash e Fariba talvolta sentono parlare di questo ampio sostegno, e ciò le rende più forti.

Hanno bisogno di questa forza per sopportare le difficili condizioni della prigione, mentre si battono per difendere un diritto umano fondamentale: la libertà di credo religioso. Stanno pagando un prezzo elevato per una causa più grande di loro.

Quelli di noi che hanno libertà di parlare possono essere la voce di altri che non possono far sentire la loro. Possiamo inviare questo messaggio alle autorità iraniane: che persone come Mahvash e Fariba non dovrebbero trascorrere un altro anno, un altro mese, e neppure un altro solo giorno, dietro le sbarre. 

Roxana Saberi

 

Fonte: The Daily Beast

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