Massimo della pena per Narges Mohammadi: è quanto chiede il Ministero dell’intelligence iraniano | Iran Human Rights

Massimo della pena per Narges Mohammadi: è quanto chiede il Ministero dell’intelligence iraniano

Narges Mohammadi

Il Ministero dell’Intelligence ha avanzato richiesta scritta per imporre il massimo della pena all’attivista per i diritti umani Narges Mohammadi, ha detto suo marito Taghi Rahmani a International Campaign for Human Rights in Iran.

“Recentemente al fascicolo sul caso Mohammadi è stata aggiunta una lettera da parte del Ministero dell’Intelligence in cui si chiede al giudice di infliggere all’attivista il massimo della pena. Questa lettera, però, è contro la legge e mina l’indipendenza della magistratura e del giudice che preside il ramo 15 del Tribunale Rivoluzionario”, ha dichiarato Rahmani.

Le ultime accuse contro Mohammadi, portavoce del Centro dei difensori per i diritti umani, associazione recentemente messa al bando, includono “l’assemblea e la collusione contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro lo Stato” e “adesione alla campagna Passo dopo passo contro la pena di morte“, iniziativa lanciata da un gruppo considerato illegale e contro lo stato.

Fin dal suo discusso incontro con Catherine Ashton, Alto rappresentante della politica estera dell’Unione Europea,  a Teheran nel marzo 2014, Mohammadi ha ricevuto dieci convocazioni e avvertimenti ed è stata interrogata diverse volte dalle autorità della sicurezza.

Taghi Rahmani ha riferito a International Campaign for Human Rights in Iran che il processo a carico di sua moglie doveva iniziare il 5 luglio, ma per ragioni sconosciute Mohammadi non è stata trasferita dalla prigione di Evin e non è stata chiamata a comparire. Il giudice ha rimandato il processo, ma non è stata annunciata una nuova data. Il processo di Mohammadi era stato fissato inizialmente per il 3 maggio, ma il suo avvocato aveva chiesto più tempo per prepararlo.

L’attivista ha scritto una lettera dalla prigione indirizzata al procuratore capo di Teheran. Nella lettera, pubblicata sul sito Kaleme.com il 6 luglio, Mohammadi ha contestato le autorità per non averle permesso di parlare al telefono con i suoi figli.

“E’ contro i regolamenti giudiziari lasciare che una madre o un padre ascoltino la voce dei figli per pochi minuti, un paio di volte a settimana? Se così non fosse, perché questa pratica ingiusta continua ad esistere? Il contatto di una madre con suo figlio mette in pericolo la sicurezza nazionale? O volete punire ulteriormente le donne che esprimono dissenso?”, chiede l’attivista nella lettera.

Alla famiglia di Mohammadi è stato detto che l’ultima incarcerazione del 5 maggio è stata dettata dalla necessità di portare a termine la condanna a sei anni imposta all’attivista nel 2012. A quel tempo fu trattenuta nella prigione Zanjan, ma a causa di gravi problemi medici fu rilasciata in seguito al pagamento di 600 milioni di tomans.

Duecentocinquanta attivisti per i diritti umani e per i diritti delle donne e giornalisti hanno firmato, lo scorso 6 maggio, una dichiarazione in cui si chiede il rilascio di Narges Mohammadi.

Il marito di Mohammadi ha chiesto al Ministro dell’Intelligence di aiutarlo a lanciare un’indagine sul caso della moglie e su altri casi di persone perseguitate in seguito alle elezioni presidenziali del 2009 e che sono ancora in carcere, come Abdolfattah Soltani e Mohammad Seifzadeh.

Fonte: International Campaign for Human Rights in Iran

 

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