Il sindacalista Mansour Osanlou: le presidenziali in Iran non sono né libere né eque | Iran Human Rights

Il sindacalista Mansour Osanlou: le presidenziali in Iran non sono né libere né eque

Mansour Osanlou

Mansour Osanlou, già presidente del Sindacato dei lavoratori degli autobus di Teheran, è stato per 5 anni prigioniero politico del regime iraniano a causa delle sue attività sindacali. Rilasciato due anni fa, ha da alcuni mesi lasciato il paese e vive oggi all’estero. In un articolo sul sito web del New York Times dà la sua opinione sulle elezioni presidenziali in corso in Iran e descrive la difficile situazione dei lavoratori iraniani, particolarmente colpiti dalla spaventosa crisi economica che il paese attraversa.

Di seguito la traduzione dell’articolo. 

 

Le elezioni presidenziali in Iran del 14 giugno non sono né libere né eque. I candidati sono stati preselezionati in un processo di controllo di matrice politica, principalmente con lo scopo di garantire l’elezione di un presidente compiacente e fedele alla Guida suprema iraniana, l‘Ayatollah Ali Khamenei.

Indipendentemente dal risultato del voto, la sfida più urgente sia per il prossimo presidente che per l’Ayatollah Khamenei sarà quella di confrontarsi con una crescente ondata di malcontento dovuta da una situazione economica in rapido deterioramento.

Il mondo esterno è focalizzato principalmente sull’eventualità che queste elezioni possano o meno segnare un’inversione di rotta nella posizione del regime iraniano sulla questione nucleare.

Ma per per l’iraniano medio la questione più importante è l’impatto di queste elezioni sul proprio portafoglio – soprattutto per le masse dei lavoratori, il cui potere d’acquisto sta drasticamente diminuendo, mentre continuano a lottare per provvedere alle necessità di base delle loro famiglie.

Operai, insegnanti, infermieri, dipendenti governativi e del settore dei servizi sono stati duramente colpiti. La mala gestione dell’economia da parte del governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad, unita alle severe sanzioni internazionali, ha reso la difficile situazione di questi lavoratori l’aspetto più importante della politica interna dell’Iran.

La situazione in Iran potrebbe apparire calma, questo principalmente a causa della dura repressione del governo. Tuttavia sono frequenti le proteste dei lavoratori. Dissidenti di tutti i ceti sociali, tra cui anche giovani e  donne istruiti ma disoccupati, sono alla ricerca della possibilità di esprimere le loro rimostranze pacificamente. Proprio la scorsa settimana a Isfahan, durante il funerale del noto dissidente religioso Ayatollah Jalaledin Taheri, migliaia di persone hanno intonato gli slogan “Morte al dittatore” e “I prigionieri politici devono essere liberati“.

Le autorità iraniane sono consapevoli della bomba ad orologeria che l’impoverimento di ampie fasce della popolazione sta innescando. Nel corso di una recente riunione del Consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, alti funzionari hanno espresso la loro preoccupazione per possibili rivolte della “fame”.

So fino a che punto le autorità iraniane sono in grado di spingersi. Ho trascorso più di cinque anni in carcere per le mie attività sindacali. Ho subito violenze fisiche e psicologiche, sono stato torturato e minacciato di stupro. Durante l’interrogatorio mi hanno spesso minacciato di voler arrestare, torturare e stuprare mia moglie e i miei figli.

Mio figlio Puyesh è stato imprigionato e torturato. Le autorità hanno espulso dall’ università l’altro mio figlio, Sahesh. Agenti dell’intelligence hanno rapito la moglie di Sahesh, Zoya, tre volte. È stata picchiata e minacciata e, durante uno di questi episodi, ha perso il bambino che portava in grembo. Un noto Procuratore di Teheran, Saeed Mortazavi, ha minacciato mia moglie varie volte solo perché colpevole di portare avanti il mio caso giudiziario. Le persone che mi hanno sottoposto ad interrogatori l’hanno perseguitata costantemente con telefonate minatorie e messaggi ingiuriosi.

Anche solo per aver protestato contro il trattamento che mi è stato riservato in carcere, sono stato tenuto in isolamento – una volta per 7 mesi e 23 giorni. Durante gli interrogatori sono stato spesso minacciato di morte: “Nessuno sa che sei qui – mi dicevano – possiamo ucciderti impunemente“. Mi ricordavano i massacri di prigionieri politici del 1980 e i tanti decessi in carcere.

Ma ho avuto la fortuna di avere un ampio sostegno internazionale, soprattutto da sindacati e organizzazioni internazionali per i diritti umani. La risonanza delle notizie sul mio caso ha avuto un effetto sul mio rapporto con le guardie carcerarie. Si sono sentiti esposti a causa della divulgazione attraverso i canali satellitari e Internet delle informazioni sulla mia esperienza di attivista e sulle ragioni della mia prigionia. Di conseguenza, il loro atteggiamento nei miei confronti è cambiato nel corso del tempo. Ho anche stretto amicizie con alcuni dei miei carcerieri, anche loro provenienti dalla classe operaia, e li ho consigliati su come affrontare problemi con il proprio datore di lavoro.

Recentemente sono stato costretto a lasciare il paese a causa delle minacce di morte. Ma i lavoratori iraniani in molti settori si stanno ancora organizzando, alcuni sono noti pubblicamente, altri rimangono nell’ombra per evitare la spada affilata della repressione. Intimidazioni, azioni penali e la detenzione di attivisti sindacali sono all’ordine del giorno, ma i sindacati in Iran non sono stati completamente messi a tacere, e alcuni hanno persino avuto un discreto successo. I miei colleghi del Tehran Bus Drivers Union sono riusciti ad ottenere un aumento dei salari del diciotto per cento, nonostante la prigionia o il licenziamento di molti membri. La diffusa disoccupazione, l’inflazione galoppante, la carenza di beni di prima necessità e il rapido declino del valore della moneta iraniana hanno avuto un impatto così debilitante che i lavoratori non possono permettersi di rimanere in silenzio e indifferenti.

Di fronte a questa crisi economica, nessuno degli attuali candidati alle presidenziali ha presentato un piano economico tangibile che tenga conto delle preoccupazioni dei lavoratori. Hanno fatto riferimenti a difficoltà e criticato la cattiva gestione e la corruzione dell’amministrazione Ahmadinejad, ma non hanno proposto o discusso eventuali soluzioni alle sofferenze dei cittadini.

Accogliamo positivamente il sostegno internazionale da parte di tutti coloro che hanno a cuore la nostra lotta. La sinistra americana si è giustamente opposta all’avventurismo militare contro l’Iran, ma dovrebbe anche opporsi a sanzioni che danneggiano gli iraniani comuni e rallentano la nostra lotta per ottenere la libertà di parola e di associazione, nonché il diritto alla contrattazione collettiva e a chiedere miglioramenti sul posto di lavoro. Queste libertà di base sono essenziali per la nostra dignità – e per il futuro di una vera democrazia in Iran.

Mansour Osanlou

 

Fonte: New York Times

 

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